Intervista al professor Eugenio Santoro, responsabile del laboratorio di Informatica medica dell’Istituto “Mario Negri” di Milano.

Facebook non nuoce gravemente alla salute. Nemmeno Twitter, Instagram e tutti gli altri social network. Anzi fanno bene. Il professor Eugenio Santoro lo sostiene da tempo e lo afferma sulla base di dati scientifici. Infatti, il responsabile del laboratorio di Informatica medica del dipartimento di Salute Pubblica dell’Irccs, l’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, da anni analizza il rapporto tra i social media, la comunicazione sanitaria e la promozione della salute. E ci spiega quali sviluppi sono in atto.

In che modo Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, YouTube e altri strumenti social stanno trasformando la comunicazione, la formazione e l’assistenza in Sanità?

«Partendo dalla formazione, quello che è cambiato è sicuramente l’aggiornamento con le fonti che il medico usa e che, da tempo ormai, erogano i contenuti attraverso i social media: questa modalità facilita il reperimento delle informazioni. Nel campo della comunicazione, invece, opinion leader, medici affermati, in parte anche le istituzioni, ma soprattutto le associazione sanitarie hanno iniziato a utilizzare i social media affinché il cittadino possa essere cosciente delle malattie a cui potrebbe andare incontro se dovesse mantenere o avere alcuni comportamenti. Si tratta di una prassi molto utilizzata all’estero e di recente pure in Italia».

Social media e comunicazione sanitaria. Che relazione ci può essere tra le nuove piattaforme di socializzazione e la promozione della salute?

«Esistono studi realizzati soprattutto all’estero (perché in Italia siamo ancora indietro in questo ambito) che dimostrano come l’uso dei social media ha consentito di ottenere risultati migliori rispetto all’utilizzo degli strumenti tradizionali. Però bisogna specificare che tali studi non si riferivano ai social media in generale, ma all’uso più specifico inteso, ad esempio, alla creazione di community come i gruppi di Facebook. Le ricerche hanno dimostrato che se aggrego più persone e fornisco loro una serie di informazioni, ad esempio consigli su come dimagrire o mantenersi in forma, ottengo risultati positivi determinati proprio dalla possibilità di partecipare e condividere il proprio stato di salute. È dimostrato scientificamente che le community, costruite sui social, portano con più facilità il cittadino a modificare il comportamento e il proprio stile di vita. Tali studi sono stati applicati per dimostrare, ad esempio, l’efficacia della diminuzione del peso e la lotta al fumo, ma anche per la gestione di problemi legati all’ansia e alla depressione. Oggi quando si parla di social media se ne parla in termini negativi. Ma, in realtà, sfruttando le stesse leve dell’emulazione si ottengono buoni risultati. È molto più facile demonizzare i social che valorizzarne le potenzialità.

In che modo le aziende sanitarie o gli enti privati che si occupano di Salute e prevenzione possono migliorare oggi la comunicazione sanitaria 2.0?

«Bisogna fare una distinzione tra comunicazione esterna, rivolta ai cittadini, e quella interna ovvero tra i componenti delle aziende. Uno degli aspetti più interessanti riguarda la comunicazione esterna: abbiamo realizzato uno studio nel quale abbiamo analizzato quante aziende usano i social media, in che modo lo usano e che risultato ottengono. Ad esempio:  quante persone vanno a leggere i post o a condividerli. I risultati sono stati questi. Le Asl sono presenti sui social media, almeno su una piattaforma come Instagram o LinkendIn. Tra i preferiti c’era Facebook – attorno al 60% a livello nazionale, poi Twitter e Instagram. Ma, in realtà, le Asl prevalentemente usano una comunicazione celebrativa e autoreferenziale, poco diretta al cittadino che invece deve sapere – ad esempio – a quali rischi va incontro se continua ad avere un certo stile di vita. Questo genere di informazione manca. Però, anche in ambito sanitario resiste lo stesso trend di altri settori, ovvero che è Instagram il social più commentato e citato, quello che funziona di più che non è però il più usato: lo utilizza solo il 10% delle Asl ma è quello che produce risultati migliore in termini di comunicazione. La fotografia è questa. Allora, quello che le Aziende sanitarie possono fare è quello di dotarsi di competenze specializzate e di ripensare a un Piano comunicazione che integri i social media. In sintesi: servono esperti di comunicazione sanitaria 2.0».

È necessario stabilire nuove regole per gestire forme di comunicazione con strumenti sempre più innovativi?

«Per quanto riguarda la comunicazione nei confronti dei cittadini non servono nuove regole ma nuove procedure e una nuova organizzazione perché in realtà manca il contesto in cui poter utilizzare questi strumenti. Non c’è un’idea di struttura che di regole. Infatti, per una comunicazione più partecipata serve anche un piano editoriale che sia ben fatto, il cui obiettivo è quello di creare quel rapporto di fiducia con i cittadini che al momento è piuttosto basso. Le istituzioni devono adottare un piano editoriale e mettere al centro la salute del cittadino, ad esempio mettendo in rete post che aiutano a capire che cosa fare se non mi voglio ammalare o quali sono i fattori di rischio se adotto tale comportamento. Bisogna smettere di usare questi strumenti nel modo sbagliato, come creare un post per divulgare l’orario di apertura dello sportello. I post, invece, dovrebbero parlare di prevenzione e salute. I Social consentono di fare questo e di farlo a costo zero. Allora, perché non usarli con tale finalità?».

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